Tutto ciò che vive si nutre.
Il gusto è quello, fra i nostri sensi, che ci mette in relazione coi corpi saporosi, mediante la sensazione che essi producono nell’organo destinato ad apprezzarli. Il gusto, che ha per eccitanti l’appetito, la fame e la sete, è la base di molte operazioni, il risultato delle quali è che l’individuo cresce, si sviluppa, si conserva e ripara le perdite prodotte dalle dispersioni vitali. (La fisiologia del gusto, J. A. Brillat-Savarin)

È attorno a questi eccitanti che si muove la mia ricerca visiva. Claude Lévi-Strauss, nel suo ciclo di studi sulla mitologia e l’alimentazione, individua nel passaggio dal crudo al cotto una metafora della trasformazione culturale: il cibo, nel suo essere cucinato, perde la sua dimensione naturale e diventa espressione simbolica della cultura. La cucina si configura quindi come primo luogo di codifica del mondo, in cui ogni società rielabora la materia secondo strutture di significato proprie. Il nutrimento, da gesto biologico, diventa una forma di linguaggio, un mezzo simbolico di classificazione, appartenenza e potere. Nel paradigma capitalista e patriarcale, la cura – compreso il nutrimento – è affidata, come atto d’amore o compito naturale, alle mani femminili. Il ruolo della donna nella preparazione e nella gestione del cibo si è configurato come una funzione, poco valorizzata sul piano politico ed economico, centrale nella riproduzione sociale. Tuttavia, ridurre il femminile alla sola sfera della cura significa negarne la portata creatrice. In questa rilettura del nutrimento – sviluppata attraverso la reinterpretazione e il dialogo di immagini provenienti dagli archivi delle famiglie atenesi e della mia – la donna non è più silenzioso contenitore del bisogno altrui, ma una potenza attiva che dà forma al mondo. Il gesto del nutrire, allora, non è solo risposta alla fame, ma soprattutto atto di resistenza.
Il momento del pasto non è mai neutro e mangiare è sempre anche un atto normativo. I pasti, rituali quotidiani collettivi, possiedono un chiaro valore simbolico: sanciscono relazioni, disegnano confini, articolano appartenenze. La tavola, in questo senso, si fa mediatrice culturale di tensioni e gerarchie.

Del resto, spesso si vedono riunite alla stessa tavola tutte le varietà e le modificazioni che la civiltà moderna ha prodotto: l’amore, l’amicizia, gli affari, le speculazioni, la potenza, le raccomandazioni, le protezioni, l’ambizione, l’intrigo; perciò il banchetto riguarda ogni cosa; perciò esso produce frutti d’ogni sapore. (La fisiologia del gusto, J. A. Brillat-Savarin)

In questo contesto si inserisce l’esperienza Facciamo la scarpetta!, un pranzo condiviso, da me ideato e curato durante la residenza promossa da Archivio Atena ad Atena Lucana, in cui il gesto provocatorio del fare la scarpetta diventa dispositivo critico di attivazione collettiva. Il pane – archetipo di resistenza e quotidianità – e le salse – materia fluida, ibrida, trasformativa – diventano strumenti per riflettere collettivamente sul nutrimento, non solo come consumo, ma come pratica relazionale e politica. I piatti che contenevano le salse sono stati progettati da me e realizzati dalla ceramista Giustina Piglia (Melfi). Sul fondo, svelati solo al termine del pasto, due brevi testi da me scritti sul piacere e sul coinvolgimento sensoriale legato al nutrire:

Assaggiate, mangiate, divorate dalle circostanze | guarda ora | accorgersi che è tutto qui | accorgerci che è tutto qui | ciò che resiste.
La bocca s’inceppa, preme, rallenta, s’attarda | la lingua batte | la lingua batte dove? | apparecchio il desiderio che smuove | il voler essere più ampia | c’è odore di cura | non serve fiato né voce per dire

Il gesto del condividere il cibo si trasforma così in un dispositivo di ricerca partecipata, per interrogarci, insieme, su ciò che nutre davvero.

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