In una riflessione sui bozzoli, Emanuele Coccia li definisce come una “soglia in cui ogni frontiera e identità sono temporaneamente sospese”, dove il divenire può compiersi senza ancora essere fissato in una forma definitiva. Seguendo questa intuizione, e attingendo al pensiero di diversi teorici legati alla filosofia more-than-human, la capanna – o il bozzolo – diventa qui una metafora e un dispositivo di transito, un luogo in cui i confini tra umano e non umano, tra soggetto e ambiente, si dissolvono.
Si tratta di un portale verso un mondo non antropocentrico, che si libera di ogni gerarchia o specismo. Storicamente, le capanne sono sempre state spazi di rifugio e rigenerazione. Nelle culture tribali, esse rappresentano anche luoghi di passaggio e purificazione, vere e proprie soglie rituali tra un prima e un dopo, tra la vita quotidiana e l’esperienza della trasformazione. In questo senso, la capanna diventa la metafora della metamorfosi: un ventre oscuro e protettivo in cui avviene il mutamento. Come ricorda Coccia, però, tutto è soggetto alla metamorfosi: ogni essere, ogni forma, ogni pensiero vive in uno stato di trasformazione costante e non è possibile sottrarsi a questo flusso. La capanna-bozzolo diventa dunque il luogo in cui ritrovare “la forza del bruco” — quella tensione verso il mutamento che permette di attraversare più stati dell’essere senza morire, ma lasciando andare ciò che deve trasformarsi: credenze, abitudini, visioni del mondo, strutture del vivere. In questo senso, il progetto propone uno spazio di sospensione e ascolto, invitando a condividere la metamorfosi e a riconoscere in sé la possibilità di un’altra forma di esistenza — più porosa, interdipendente, permeabile.























