Il provincialismo non è inteso come semplice appartenenza geografica, ma come un sentimento di invisibilità: un vivere ai margini, fatto di voci smorzate, gesti ciclici, rituali quotidiani. In questo scenario prende forma una figura liminale: una maschera intrecciata con materiali del territorio, simbolo fragile e vegetale. Non è un volto singolo, ma un vuoto che raccoglie e restituisce, un’identità collettiva, sospesa tra umano e paesaggio.
Figli di nessuno non racconta una storia, ma evoca una condizione.
Si muove tra parola e silenzio, tra corpo e natura, lasciando emergere non tanto una trama lineare quanto un’esperienza percettiva. È un tentativo di dare immagine a un sentire universale,
che nasce dalla provincia ma arriva a chiunque si sia percepito in bilico tra visibilità e scomparsa.









