Figli di nessuno nasce dall’incontro con il paesaggio e la comunità di Atena Lucana e del Vallo di Diano, territori in cui l’identità sembra rimanere sospesa tra memoria e lenta trasformazione. 
Qui il tempo appare dilatato, segnato da gesti che si ripetono e da silenzi che avvolgono la vita quotidiana. L’anonimato diventa una condizione condivisa, un modo di abitare la provincia in cui le presenze si confondono con le assenze, e le storie individuali faticano a emergere.

Il provincialismo non è inteso come semplice appartenenza geografica, ma come un sentimento di invisibilità: un vivere ai margini, fatto di voci smorzate, gesti ciclici, rituali quotidiani. In questo scenario prende forma una figura liminale: una maschera intrecciata con materiali del territorio, simbolo fragile e vegetale. Non è un volto singolo, ma un vuoto che raccoglie e restituisce, un’identità collettiva, sospesa tra umano e paesaggio.

Figli di nessuno non racconta una storia, ma evoca una condizione. 
Si muove tra parola e silenzio, tra corpo e natura, lasciando emergere non tanto una trama lineare quanto un’esperienza percettiva. È un tentativo di dare immagine a un sentire universale,
che nasce dalla provincia ma arriva a chiunque si sia percepito in bilico tra visibilità e scomparsa.

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