All’interno di questi ambienti, la luce artificiale attiva circuiti fotosintetici e favorisce la proliferazione della cosiddetta lampenflora, innestando nuovi equilibri biologici e generando un paesaggio in continua trasformazione. In questo contesto prende forma la domanda guida del mio lavoro: fino a che punto il guardare equivale al conoscere?
Il progetto si misura con questo nodo critico: osservare non è solo registrare, ma spesso partecipare alla formazione di ciò che si osserva. Attraverso l’indagine fotografica e la manipolazione materica cerco di restituire il paradosso di grotte che, illuminate dall’uomo, diventano al tempo stesso oggetto e soggetto delle loro stesse metamorfosi — un mondo plasmato dalla luce e dalle possibilità del vedere.
Le grotte, nel loro stato naturale, sono luoghi celati: misteriosi e silenziosi, avvolti dall’oscurità che ne preserva l’ecosistema dall’intrusione e dalla proliferazione di forme vegetali, animali e batteriche. Quando però l’uomo le scopre, esse cessano di essere semplici enclavi dell’ignoto e si trasformano in oggetti di studio e in attrazioni turistiche. La costruzione di percorsi e l’installazione di sistemi di illuminazione permanenti rendono percepibile ciò che prima rimaneva nascosto: l’invisibile diventa visibile, e con la visione mutano i processi stessi del luogo.