La gravità dell’accaduto risiede, non solo nella natura dei materiali coinvolti, ma soprattutto nell’estensione della contaminazione: un liquido assorbito dal suolo e trasportato dall’acqua piovana può penetrare in profondità, raggiungendo le falde acquifere che sottoterra seguono percorsi propri, privi di confini definiti. Shamar è anche il titolo della mia ricerca visiva, che, partendo proprio dall’omonima operazione, si concentra sui lotti di terra ad Atena Scalo. Il desiderio di raccontare questi appezzamenti nasce da un’urgenza profonda: interrogarsi su come i terreni comunichino tra loro e su quanto possa essere reale un confine che esiste solo in superficie. La mia attenzione si è così progressivamente orientata verso la geometria di questi lotti e i segni tangibili della loro trasformazione: le specie vegetali che li abitano, il colore della terra, i canali di drenaggio e le tracce lasciate dagli interventi di bonifica idrogeologica. Nel tentativo di costruire una documentazione su scala estesa, attenta al patrimonio naturale del Vallo, Shamar — parola che in ebraico significa “custodire”, “aver cura” — si propone anche come un invito a tutelare il territorio, adottando ogni possibile misura per la sua salvaguardia.
Un confine apparente.
Nel 2021, l’ampia distesa del Vallo di Diano è stata teatro di una serie di sversamenti illeciti di rifiuti tossici. L’operazione Shamar, condotta dal Comando Provinciale dei Carabinieri di Salerno — e resa nota alla cittadinanza attraverso la stampa locale — ha documentato uno sversamento particolarmente grave di sostanze altamente pericolose, tra cui: olio esausto classificato come HP14 (ecotossico) nell’area di Atena Scalo.