L’atto fotografico assume la forma dell’indagine, evidenziando il processo di ricerca. Le 738 immagini prodotte attraverso una fotocamera tascabile non costituiscono una selezione ma l’intero processo comportamentale: insistenza, ripetizione, perseveranza. In questo senso l’immagine non chiarisce ma scava.  

L’origine del lavoro è un racconto orale: Maria giovane abitante del paese racconta della madre che, nei primi anni di vita, fu calata in un pozzo tramite un recipiente metallico sospeso a una carrucola, come rito beneaugurante per il futuro: un gesto che trasforma la discesa in protezione, il vuoto in una promessa, dove il rito cattolico popolare e la memoria orale si intrecciano. A questa intimo ricordo fa eco, da lontano, la caduta di Alfredino Rampi, che negli anni Ottanta fece del pozzo un’immagine forte e di trauma collettivo. 

In questo lavoro, al contrario, la discesa del corpo assume un valore totalmente opposto: non tragedia ma un rito, non perdita ma affidamento. Il progetto dunque si sviluppa attraverso una ricerca ossessiva di quel punto preciso di Atena Lucana in cui la bambina è stata affidato al vuoto. Le informazioni sono frammentarie, contraddittorie, dispersive; l’assenza di coordinate quindi trasforma la ricerca in deriva. Ogni angolo del paese, anche il più nascosto diventa un possibile indizio, ogni zona d’ombra una risorsa, ogni cavità un possibile accesso.

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