Nel fugare i dubbi sorti intorno al titolo dato al suo romanzo breve, Joseph Conrad formula un esplicito rifiuto del soprannaturale. I fatti narrati non hanno a che fare con i fantasmi, si susseguono in un paesaggio d’acqua immota e fanno da contesto al passaggio, dalla giovinezza «spensierata e fervida» all’età adulta. La linea d’ombra, dunque, non è che una soglia.

Tra gli aneddoti raccolti a Atena Lucana, spicca quello di Vincenzo, che nel mostrarmi i pozzi del proprio giardino racconta del panno e della mamma dell’acqua. Il panno è la superficie del pantano sulla quale scivolano gli insetti mostruosi, i miti gèrridi. Questa storia serviva, in passato, a dissuadere i bambini dallo sporgersi nei pozzi per scrutare la superficie dell’acqua. Se per caso si perdevano le tracce di uno di loro, il panno era il primo luogo in cui si andava a guardare: lo strato opaco dell’acqua era il segno rassicurante che nessuno vi fosse precipitato dentro. Come la linea d’ombra, il panno si fa figura letteraria della soglia: la superficie d’acqua che l’adulto, non più suggestionato da miti o leggende, può sporgersi a guardare, si reclina facendosi pretesto per un più ampio esercizio, che prova a restituire l’impasse di ciò che si nega alla vista.

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