Il paesaggio è corpo. Corpo attraversato, inciso, svuotato, che subisce l’inarrestabilità di forze lente, silenziose, dilatate nel tempo, come erosioni lievi, ma costanti. La trasformazione è trauma. È spostamento, frattura, tensione che incide, smembra, disarticola, muta. Non si ricompone, ma persiste. Trasfigura. Nel cedimento, nel collasso, non si consuma una fine, ma si dischiude l’inizio. Un inizio privo apparentemente di fondamento, che non solo richiama una nuova origine, ma la attraversa. Esige passaggio, permanenza, fede. Come se fosse possibile solo per chi accetta di ricominciarsi, non da sé, ma dalla traccia: da ciò che, nel tempo, ha iniziato a incidere e consumare, alterando un’identità infrangibile, ma che poi si rivela e si dissolve.
Esistono luoghi in cui la materia cede, corpi la cui materia cede. Esistono corpi che cedono.
Ci si lascia attraversare dall’esaurimento di noi stessi non opponendo più resistenza, ma aprendosi, disfandosi di sé, assumendo forme mai esistite prima al nostro interno. Non per volontà, ma per necessità.
Eppure, in questo cedimento, qualcosa resta. Non memoria, non rovina: residuo. Una forma che ha superato la propria funzione senza scomparire. Una presenza muta, disancorata, che non domanda interpretazione, ma solo disponibilità a+ essere accolta. Ed in questa sottile soglia che ci si apre alla possibilità di iniziarsi di nuovo. Non al principio, ma a ciò che il principio ha lasciato dietro di sé.























