Il campo visivo umano si organizza, per costituzione anatomica, lungo un asse orizzontale: la disposizione frontale degli occhi sul volto offre una lettura ampia, panoramica e distesa del mondo. È lungo questa linea — la stessa che, da Alberti in poi, ha strutturato la prospettiva occidentale, fissando l’orizzonte come misura ultima dello sguardo — che si è abituati a costruire le coordinate fondamentali dell’esperienza: distanza, profondità, orientamento. L’orizzontale non è soltanto un dato fisiologico, è un’eredità culturale, una grammatica dello spazio che precede ogni atto del vedere.
Questo lavoro nasce dal desiderio di sovvertire quel punto di vista e di interrogare la possibilità di una percezione verticale del paesaggio, attraverso il tentativo di osservare il territorio non come un campo disteso, ma come una successione di piani sovrapposti che si compenetrano: una serie di stratificazioni che si estendono dagli strati sotterranei fino alle vette delle montagne.
Il tentativo di vedere verticalmente si è incrinato proprio nel momento in cui si è posta la domanda su come visualizzare la verticalità senza ridurla a schema, misura o frammento.
Un secondo elemento di fallimento ha riguardato la presenza degli uccelli, figure naturali che abitano e attraversano questo spazio verticale. L’artista non è riuscito a fotografarli se non in rari casi, sfocati e marginali, come apparizioni instabili ai margini dell’immagine. La loro assenza, però, invece di trasformarsi in vuoto, ha aperto una deviazione inattesa: ha cominciato a conoscerli non attraverso l’obiettivo fotografico, ma attraverso il disegno. Disegnare gli uccelli che non era riuscito a fotografare ha trasformato il fallimento in possibilità, spostando il lavoro da un gesto di registrazione a un processo di osservazione più lento, ipotetico e congetturale.